Pasolini e la società dei consumi

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Pasolini e la società dei consumi


Pasolini opera nella seconda metà del novecento, negli anni in cui l'economia capitalistica dopo la 2° guerra mondiale ebbe lo sviluppo più impetuoso della sua storia. Gli U.S.A. esportarono il modello fondato sul mercato dei beni di consumo durevoli (automobili, frigoriferi, televisori..). era una vera rivoluzione nella produzione e nei consumi, che mutava nel profondo gli stili di vita di milioni di persone.
P. colse la radicalità e irreversibilità di questi cambiamenti e si rese conto che tra "progresso" e "sviluppo" si veniva creando una divaricazione, per cui bisognava "prendere coscienza di questa dissociazione atroce" (scritti corsari 1974).

Scriveva ad Italo Calvino: "E' cambiato il modo di produzione (enorme quantità, beni superflui, funzione edonistica)" che ha generato "una nuova umanità ossia una nuova cultura, modificando antropologicamente l'uomo.. Tale nuova cultura ha distrutto cinicamente (genocidio) le culture precedenti" (lettere luterane 1975).

Su questo concetto tornò nel famoso articolo del '75 sulla scomparsa delle lucciole (scritti corsari), evento verificatosi alla metà degli anni sessanta e che P. assunse come metafora della scomparsa dei "valori del vecchio universo agricolo e paleocapitalistico" sostituito appunto dai "valori di un nuovo tipo di civiltà, totalmente altra, fondata sul edonismo consumistico". P. non negava di rimpiangere questo mondo preindustriale, ma "gli uomini di questo universo non vivevano nell'età dell'oro..essi vivevano..nell'età del pane. Erano cioè consumatori di beni estremamente necessari" (Scritti corsari).
La nostalgia non è un sentimento necessariamente reazionario, qualora si fondi su qualcosa capace - per le sue caratteristiche - di critica profonda alla negatività della situazione attuale.

P. vedeva con lucidità che lo strumento di questo mutamento antropologico era la televisione, con il cui uso ideologico e propagandistico (ma non espicito, bensì "tutto nelle cose, tutto indiretto"): "il Centro ha assimilato a sè l'intero paese.. Ha imposto i suoi modelli voluti dalla nuova industralizzazione..la quale..pretende che non siano concepibili altre ideologie che quelle del consumo" (Scritti corsari).

Questo ha mutato radicalmente gli stili di vita e mentre il fascismo non era stato in grado "di scalfire l'anima del popolo italiano" il nuovo totalitarismo "l'ha lacerata, violata, bruttata per sempre" (Scritti corsari).

L'intera produzione letteraria e cinematrografica di P. risente di queste problematiche e se nei primi romanzi (Ragazzi di vita 1955; Una vita violenta 1959; Accattone 1961) P. raffigurava con estrema crudezza il degrado ma anche la vitalità del sotto proletariato, non portatore di valori positivi rispetto alla borghesia, ma comunque "altro" rispetto ad essa, già in Mamma Roma del 1962 quel mondo comincia a perdere la sua identità, in un impossibile tentativo di integrazione.

In ultimo per questa tematica i films della Trilogia della vita 1970-74 (il Decamerone, i racconti di Carterbury, il fiore delle Mille e una notte) sono l'ultimo atto di amore di P. per umanità primordiale - festosa e colorita - che soddisfa con innocenza i bisogni più elementari (compreso il sesso) così lontani dai bisogni indotti dal consumismo.

Si trattava di una pienezza e giocondità del vivere rintracciabile solo in un mitico passato, visto pertanto come strumento di negazione del vuoto del presente. In questo modo il mondo (passato) della vita si contrappone al mondo (attuale) della morte.



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