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| Fonte: Climatrix |
Il meccanismo è semplice. Queste colture, al pari di ogni altra, hanno disperatamente bisogno d'acqua per esistere e, data l'enorme quantità di materia prima necessaria per sopperire anche solo ad una minima parte del nostro fabbisogno energetico, legato al settore dei trasporti e non solo, sarebbe necessaria una buona parte dell'acqua dolce di un pianeta, sempre più affollato, assetato, affamato e bisognoso di energia. Ma all'umanità sembra non interessare questo, almeno per il momento. Alla fine siamo sempre stati abituati a depredare la nostra terra, sfruttarla sino all'ultimo senza pensare alle conseguenze dei nostri gesti. La maggior parte delle monocolture agroenergetiche si adattano e sviluppano soprattutto all'interno della fascia tropicale ed ai margini delle zone temperate ed aride.
Il coordinatore per l'energia della FAO, Gustavo Best osserva che, in caso di crescita incontrollata del settore, gli elevati profitti della nuova filiera potrebbero indurre un esodo di massa degli operatori e un conseguente deficit nella produzione alimentare locale. Un rischio particolarmente elevato nei paesi in via di sviluppo del terzo e del quarto mondo. [Wikipedia]Alcune nazioni si sono dimostrate interessate alla sperimentazione ed impianto di tali monocolture, fiutandone il guadagno, mentre altri Paesi sono stati in un certo senso 'comprati' dal denaro delle multinazionali interessate da tale business, o illusi dalla possibilità di potersi disfare delle proprie importazioni di petrolio. Nonostante qualcuno parli di un imminente 'new deal' ecologico dobbiamo riconoscere che questi Paesi (fra cui anche USA, India, Argentina, Messico) sono prevalentemente caratterizzati da condizioni socio-economiche ed ambientali particolarmente fragili, ancor più ultimamente. A parte il Brasile, i cui problemi ambientali legati allo scempio amazzonico sono sotto i nostri occhi da decenni, è curioso notare come ad alcuni stati africani sia stato fatto credere che conviene loro maggiormente coltivare qualcosa che non potranno mai mangiarsi. Ci hanno inoltre rassicurato sul fatto che tali colture non saranno invasive poichè potranno insediarsi in zone e su terreni semi-aridi, ma devono ancora spiegarci da dove e come intendono portarci lì acqua e manodopera. Nel caso della camelina sativa, ad esempio, è stato dimostrato che, se posto a rotazione con altre colture, è capace di incrementare la resa della coltivazione successiva del 15%. Questo è un bene, ma quando il coltivatore, o impresa agricola che sia, si farà i conti in tasca e si accorgerà che le sue terre gli fruttano il doppio, il triplo, allestite con colture agroenergetiche piuttosto che a cereali o quant'altro secondo voi cosa farà? E' una bella domanda.
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