«Questo pane è il mio, è il mio pane chè l’ho fatto fare nel mio panificio. E so che cosa c’è in questo pane, conosco il seme del grano che ho seminato io, il lievito naturale che ho utilizzato io. E so che cosa c’è in questo pane, perché lo debbo dare anche ai miei bambini….».
E' sulla linea di confine fra cinema sociale, cinema di finzione e cinema etnografico, che si sviluppa fin dall’inizio il bellissimo documentario La chiave rubata della città del grano realizzato dai registi belgi Jean-Christophe Lamy e Paul-Jean Vranken. La camera fissa il protagonista del film, Giuseppe Li Rosi, agricoltore di Raddusa, che documenta la cultura e l’identità di un luogo, che guarda alla terra, alla sua terra, non come risorsa economica ma come un’entità unica che vive e si comporta come sistema autoregolato formato dai suoi componenti fisici, chimici biologici. Li Rosi è un siciliano che ha scommesso sul recupero e la semina delle antiche accessioni di germoplasma di grano duro dell’isola.
Come è nata l’idea di “La chiave rubata della città del grano”?
Il documentario è una denuncia e al tempo stesso una sfida alle multinazionali sementiere che con il loro sistema industriale e inquinante hanno distrutto i tre quarti della biodiversità agricola mondiale.
La produzione biologica non coincide con la necessità di prodotti pronti e veloci.
La catena distributiva, oltre ad avere omologato il cibo attraverso richieste di standardizzazione del prodotto, pressa il produttore affinchè questi applichi lo stesso concetto sulla natura: regolarla come fosse un motore meccanico! La smania di poterlo fare ha portato l’uomo a tentare di modificare le leggi della natura ed i tempi naturali della produzione.
Continua...









































